A margine di un itinerario nella Trieste di Joyce

di Glauco Lendaro Camiless
Presento per la quattordicesima volta un libro che i più definiscono singolare, ad iniziare dal titolo come più volte è stato ricordato in questa rubrica da Vittorio Petese (ma assicuro che è l’ultima volta che ciò avviene, in quanto finalmente ho la certezza che la mia “smemoratezza”, durata ben sette mesi, è terminata). Come si sia risolta è storia recente che racconterò nel corso di questo articolo. Dico subito, per chi si fosse messo in contatto solo ora, che fu una perdita di memoria artefatta e apparentata con la corrente artistica new dada, alla quale lo scrivente è sempre appartenuto. Posso però anticipare che ho “riacquistato la memoria e rammentato il titolo” grazie alla badessa Ildegarda di Binghen.
Molti hanno richiesto questo volume ma il sottoscritto non l’ha mai messo in commercio e sin dal marzo scorso – quando ho iniziato il tour delle presentazioni – sono in molti coloro che ancora si stanno chiedendo il significato di questa operazione non ravvisando altro scopo se non quello commerciale. Solo recentemente è trapelato qualcosa che è apparso nelle rubriche contenute nel nostro sito, scrivendo delle incertezze che ci sovrastano, dei dubbi che corrodono l’anima, delle ansie che ci accompagnano in quanto abbiamo dimenticato la storia, il passato, i nostri trascorsi, così da mortificare il presente e non riuscire più a intravedere quale futuro ci attende.
E qui sottolineo che sono la voce narrante della Nuova Utopia che sovrasta l’immanente negatività della distopia, che altro non è che il suo contrario ossia la previsione, descrizione o rappresentazione, nel tempo corrente, di situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (si legga il Quarto Atto nella mia rubrica denominata manifestamente).
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Dodici i temi da me affrontati e il convitato di pietra è sempre l’Arte nell’accezione più ampia: dalla storia delle arti visive, alla pratica del fare, dalla letteratura maestra di vita alla poesia, dalla storia alla filosofia. Questi alcuni capitoli: Il bello, ciò che è il bello – Per un visibile parlare – Della metafora, della allegoria e del simbolo – Riflessioni lente col favore del silenzio – Elogio dell’ombra, e su questi ed altri argomenti si sono cimentati i miei diciassette coautori, con le loro opere e testimonianze costruite con le parole, pensieri e immagini ora fotografiche, pittoriche, grafiche o con efficaci assemblaggi. Non pago di pubblicare il loro lavoro, prodotto per l’occasione, ho voluto la loro presenza fisica nel corso dei sedici appuntamenti nazionali. Una lunga kermesse che terminerà il diciassette novembre a Lecce.
Incontri, dialoghi, pensieri ad alta voce, letture, riflessioni, interventi musicali e voci narranti perché si potesse dire che è stata una visita guidata all’interno di un saggio.
Se quanto ho scritto sino ad ora vi fa pensare ad un libro singolare, devo aggiungere che siete solo a metà strada in quanto non esiste un vero testo, come la tradizione vuole, non c’è e al suo posto, nelle duecentotrenta pagine, sono presenti mezze pagine, pagine intere piene di un simbolo a voi noto: il cancelletto o per dirlo nel modo oramai corrente un hashtag. Fra un rigo e l’altro, da una pagina all’altra compaiono trecentosettantadue numeri progressivi, proprio come quando si invita il lettore a leggere a piè di pagina, in fondo al capitolo o al termine del libro, la nota corrispondente. Producendo idealmente un testo-non testo è a seguire che appaiono in sequenza numerica ordinata i miei spunti, commenti, riflessioni e le congetture in riferimento agli argomenti dei capitoli proposti.
A voi resta la domanda del perché ho composto un volume di solo note. Ed io a voi la risposta. Spesso mi è capitato di leggere nelle note cose molto più interessanti del testo ufficiale, suggerimenti editoriali o commenti edificanti affidati ad altri autori, insomma una ridda di notizie e riferimenti a volte superiori ai concetti espressi dall’autore di copertina. Ecco la chiave di lettura che ho affidato ai diciassette autori, e fra questi il nostro Bluer che inaugurerà la sua mostra il 20 ottobre nella Lux Art Gallery che questa sera ci ospita.
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Ho sempre creduto in Borges, soprattutto perché come lui ho amato e amo il paradosso e faccio mia una sua affermazione: “L’uomo ha tre chiavi la PAROLA, la CIFRA, la NOTA. Nella PAROLA sono racchiuse le cinque forze motrici del mondo antico l’amore, l’ira, l’invidia, la paura e la sete di conoscenza. Motori invisibili. La CIFRA serve a scandire l’attimo e determina il fattore tempo. La scelta preziosa sta nel succedersi delle NOTE, quel florilegio che ci allontana dal testo madre e ci suggerisce come affrontare la ricerca”.
Questo è un libro officina, la sede naturale ove l’Arte trova il suo proto-operatore, il suo attento facitore, il creativo per antonomasia. Un luogo depositario di molteplici fermenti culturali e artistici destinato ai trecento possessori che hanno ricevuto non un libro ma il libro (trecento perché questa è la tiratura quasi interamente affidata agli Autori che hanno voluto condividere questa avventura). Una operazione meramente culturale e completata con l’invio di copie nelle più importanti Biblioteche Nazionali. Così come ho già scritto sono sedici i luoghi accuratamente scelti per le presentazioni e trentuno le adesioni di Amministrazioni Civiche, Biblioteche, Musei, Sedi storiche, Scuole, Sodalizi e Agenzie culturali ed una galleria d’arte: la Lux Art Gallery di Trieste.
Numeri, ai tanti i numeri che ho menzionato mancano gli attori principali: Giorgio Antinori – Roberto Bergamo – Paola Blasucci – Bluer – Felicia Brigante – Antonio Chiarello – Alessandro Dell’Avvocata – Tiziana Dell’Avvocata – Tiziana Dollorenzo Solari – Loredana Fioroli – Tommaso Greci – Glauco Leo – Elisa Linciano – Vittorio Preite – Rossella Ragusa – Paolo Saracino – Francesca Testa.
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Ed ora ritorno a Ildegarda di Binghen, dottore della Chiesa (il suo nome significa “colei che è audace in battaglia”) fu detta la “sibilla del Reno”, la “tromba di Dio”, una sacerdotessa medievale in bilico tra eresie e pratiche scientifiche attinenti la medicina, cosmologia e quella che oggi chiamiamo erboristeria, oltre naturalmente la teologia, agiografia e poi filosofia, morale e musica. Scrisse sempre in latino pur non avendolo mai studiato. Santa sotto il pontificato di papa Ratzingher (2012). A testimonianza della sua versatilità esiste un tomo manoscritto e disegnato dalla Nostra dal peso di quindici chilogrammi e, al suo interno, fra scienza arte e religione, numerose ricette sull’uso delle piante officinali: qui la ricetta per combattere e risolvere la “smemoratezza”. Una pozione topica composta con olio e ortiche (da me riproposta all’interno della bandella della nuova copertina).
Olioeortiche, questo è il titolo definitivo “rammentato” dopo mesi e mesi di “amnesia” e risolta il 28 agosto. OLIO, come quel fluido lento e costante che è la storia. ORTICHE, sì come quelle piante coperte di peli le cui ghiandole basali secernono umori acri irritanti, ma anche come quelle pruriginose voglie che mi sollecitano a cercare e comprendere parte dell’infinito mondo della conoscenza. Una metafora consequenziale all’iniziale titolo dell’opera anch’esso ermetico.
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Il prof. Enzo Santese, nella veste di curatore dell’incontro triestino, ha mirabilmente tracciato un profilo seducente del sottoscritto e disegnato il mio lavoro con sapienti argomentazioni. Da attento studioso e accorto affabulatore, ha formulato domande utili e centrali per comprendere e far capire il mio sfaccettato saggio. Bene ha fatto a sottolineare che la stesura di questo testo nasce da un lontano e personale pregresso di letture, ricerche, esperienze e, da uomo erudito, ha colto sfumature non di poco conto meritando il nostro applauso. Infine mi sono compiaciuto trovare tra il pubblico gli amici friulani dell’Alta Val Torre, protagonisti di quella manifestazione annuale a Lusevera (Ud) che va sotto il nome di Planet Bardo, appuntamento che mette a confronto artisti italiani con operatori europei. Fu proprio nel corso di una di queste edizioni che feci la conoscenza di Bluer e lo invitai ad entrare nella rosa dei miei autori. Ed ora vorrei dedicare a questo Autore, che sempre si esprime con tanta proprietà di linguaggio, un semplice pensiero a chi ha saputo interloquire all’interno del mio saggio sul tema dell’estasi. Una disquisizione efficace sulla sospensione dell’esercizio dei sensi, cagionata da una sempre attenta e intensa contemplazione e, da laico qual sono, devo poter pensare che si riferisse non solo al rapimento mistico ma anche all’osservazione di una pregevole opera d’arte.
Questa sera, il direttore della galleria Giorgio Parovel, ha inteso cogliere l’occasione per presentare in anteprima alcune opere dell’artista padovano, una anticipazione della personale che si terrà dal 20 ottobre al 10 novembre.
Nota al titolo:
Ho percorso faticosamente per una intera giornata la topografia giuliana di J.Joyce e delle sue nove abitazioni. Una sorta di pellegrinaggio. Mi sono soffermato ad ogni targa e giunto alla via Armando Diaz n. 2 (poco lontano dalla piazza Unità d’Italia) come un flash è apparso nella mia mente il romanzo semiautobiografico “Dedalus: ritratto dell’artista giovane”, scritta dall’Autore in quel luogo nel lontano 1919/20. Una rara edizione tradotta da Cesare Pavese. Un testo che lessi tanto tempo fa e mai dimenticato.
G.L.C
16 ottobre 2017