MANIFESTAMENTE (atto terzo)

“UN VIAGGIO DI 10.000 CHILOMETRI INIZIA CON UN PASSO” (proverbio cinese)

Atto Terzo
Siamo in viaggio da molto tempo e non ci è dato sapere se giungeremo a destinazione. Il percorso che abbiamo compiuto è stato a tratti formale, qualche volta ripetitivo, mai noioso. E’ anche accaduto al sottoscritto di cadere nell’intento di toccare il cielo con un dito. A poco sono servite le prese di posizione, a niente le lotte compiute in quanto a nulla siamo approdati. Vi state chiedendo quale è il soggetto? A cosa mi riferisco? Ebbene qui voglio sottolineare proprio quello di cui sono anch’io corresponsabile: le riforme mancate e quelle rabberciate dell’intero comparto artistico del nostro Paese.
I governi che si sono succeduti, il servilismo dei dirigenti ministeriali e non, l’insipienza dei funzionari di ogni ordine e grado dei vari Ministeri, le varie Consulte dei direttori incaricati e gli stessi docenti hanno contribuito a negare non un diritto, del resto sancito nella Costituzione, ma la loro stessa esistenza! A questo lungo elenco devo aggiungere, perché non sono privi di responsabilità, anche il corpo studentesco.
La nota dolente si riassume in una perentoria testimonianza, ratificata nel testo delle leggi dello Stato unitario italiano, ove già a suo tempo venne riconosciuta alle Università e alle Accademie di Belle Arti lo status quo di alta formazione universitaria. Convinzione ribadita dai Padri della Costituente repubblicana che avevano evidentemente a cuore la spendibilità di queste lauree.
Piccola cronistoria.
Nel corso della seconda metà del VI secolo nascevano le prime Scuole Filosofiche condotte da Senofane e Pitagora; è del 387 la Fondazione dell’Accademia che prese il nome del suo fondatore Platone; l’Accademia Anticadi Aristotele operò dal 347 al 316. Ad iniziare dal 180 d.C. le Fondazioni gestirono le scuole teologiche e la prima fu Alessandria con Sesto Empirico e poi quelle di Cesarea, Antiochia, Cluny, Chartres; la Fondazione della Scuola Cattedrale di Parigi è del 1010. Già nel Medioevo gli ordini religiosi assicuravano agli studiosi condizioni speciali di vita e una disciplina che li salvaguardava contro gli attacchi degli avversari. Parimenti queste istituzioni impedivano e condannavano le deviazioni del pensiero quando non ci si allineava ai dogmi imperanti. Gli ordini avevano in ogni provincia il loro studium particulare frequentato da eruditi specialisti di quella provincia o lo studium generale per gli studiosi di tutte le provenienze. Quando questi numerosi Maestri e copiose schiere di studenti si organizzarono sorsero le Università con una precisa personalità giuridica e regolari statuti. Docenti assoldati per la loro personalità e preparazione e costantemente sempre in gara per la supremazia del sodalizio al quale appartenevano.
Atenei di fatto seppure intesi non come un insieme di facoltà o scuole.
Proseguendo il percorso troviamo nel 1158 a Bologna la prima Università italiana e qualche anno dopo (1180) Parigi e ancora Oxford nel 1215.
I primi sodalizi sorsero per esigenze religiose o per la conservazione, trasmissione e sviluppo del patrimonio culturale. Quest’ultimo indirizzo fu raggiunto con le Facoltà delle Arti ove si insegnava anche la dialettica, la fisica e la morale aristotelica. Oxford già sul nascere si specializzò nello studio delle arti, forse perché fuori dall’influenza del Vaticano. La tipologia delle licenze si diversificò e l’organizzazione degli studi approdò alle Arti (apprezzate ma di minor valore) e alla Teologia (definita di grado superiore).
Esempi di grande respiro che meriterebbero una profonda riflessione, se non altro per riscattare l’ingiusto e vituperato giudizio su ciò che è accaduto nel corso del lungo Medioevo e, malgrado questi inizi promettenti, a volte discutibili ma sempre di alto livello morale, ancora oggi ci stiamo arrovellando su come disciplinare il sapere.
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Prima di procedere ulteriormente desidero fare una precisazione che forse assomiglia ad una presa di posizione. Se ho riassunto, nel corso del mio precedente articolo (ved. Secondo Atto) cosa accade in Europa, nel campo della Cultura e a specchio ciò che latita in Italia, trovo persino superfluo sottolineare la nostra poca assennatezza nel gestire adeguatamente il nostro patrimonio artistico e paesistico. Mi accodo alle tante critiche piovute dopo l’emanato Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 agosto 2014 n. 17, che riformava – o che intendeva riformare – il Ministero della Cultura (MIBACT), già nato nel lontano 1974. Da più parti si definì detto Ministero “arrugginito”, che faticava a collocarsi dove meritava, pur disponendo di variegate risorse artistico/culturali ed economiche. Le cose purtroppo non sono cambiate molto ad esclusione di un fiume di denari versati nella produzione cinematografica, a scapito di altri settori(come l’editoria, l’arte e l’attuazione della riforma del ministro Urbani inerente il paesaggio) che risultano ancora in attesa, da decenni, di attenzione.
E’utile ricordare che questi compiti gestionali sono assegnati alla Repubblica (artt. 9 e 33) dalla vigente Costituzione.
Lo stesso oblio e la stessa sorte sembra toccare anche al Ministero Istruzione Università e Ricerca che spalma da alcuni lustri solo la sua pochezza. Il gioco diventa perverso quando leggo nei loro siti ufficiali delibere anacronistiche che denotano distrazioni e facilonerie da parte dei legislatori, avvalorate dai sempre meno solerti funzionari: tutto in caduta libera su Regioni, Province e Comuni.
Da molti anni mi giungono, da parte del mio lucido compagno di viaggio nel campo dell’arte Donato Paolo Baldassarre, notizie, osservazioni, rampogne e critiche ai provvedimenti emanati dai vari ministeri attinenti i settori che ho chiamato in causa. Leggi, leggine e famigerate circolari che non vanno, che non sono mai andate nella direzione auspicata, con l’unico scopo perverso di creare dubbi e incertezze a chi opera nel settore. Un esempio va ricondotto al Ministero dell’Istruzione comparto AFAM: Accademie di Belle Arti, Isia (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche), Conservatori Musicali, l’Accademia di Danza Coreutica e quella d’Arte Drammatica. Riforme pasticciate che non hanno mai permesso ai nostri laureati la reale spendibilità del loro titolo universitario. Revisioni organiche più volte sollecitate nel corso di questi decenni e purtroppo mai decollate per l’immobilismo -perversamente interessato – del corpo docente al che si cambi tutto per non cambiare nulla.
Alcune considerazioni di ordine generale e alcune specifiche mancanze, dimenticanze e inettitudini di Ministeri e Enti statali sono qui riportate da Donato Paolo Baldassarre.
Lassù, ne sono convinto, c’è chi ci ama. E’quaggiù che abbiamo “qualche”problema…
Sì, noi delle Accademie nell’Italia repubblicana, dal giorno della chiusura dei lavori della Costituente, abbiamo “problemi” e il “qualche” che ho usato ha l’afflato dell’ironia, anzi: dell’autoironia. I nostri “problemi” sono stati creati da chi d’allora ha governato, indipendentemente dal colore politico, con la precisa, chirurgica volontà di secondarizzare delle Istituzioni di antiche origini e da sempre di livello universitario. Di tale “azione” sfugge, a qualsiasi mente sufficientemente sana, la ragione. La nascita, nel 1999, dell’ AFAM non ha comportato nessun “cambio di musica”, sono cambiati solo i passi: dal ballo del qua qua al samba (chi si intende di balli intenderà, chi non s’intende si informi). Pertanto sono propenso a credere che il vero significato dell’acronimo AFAM sia “ARTE FORZATA A MORTE” e non, come dicono sia, “ALTA FORMAZIONE ARTISTICA e MUSICALE”. Una mole incredibile di “problemi” quindi, che negli anni si sono sovrapposti, moltiplicati, contrastati, ripetuti, incancreniti e che, per non “crearne” al lettore ridurrò in questa trattazione a quattro, uno per ogni lettera dell’acronimo.
  1. (A) La Legge 228/’12, art.1, commi 102, 103, 104, 105, 106, 107 (una delle molte tattiche attuate, dai soliti noti e non, per distorcere la realtà, confondere le “vittime” e deviare le proprie responsabilità) “riconosce” l’equipollenza dei titoli AFAM con i titoli universitari, e tanto anche ai diplomi finali AFAM del previgente ordinamento, secondo però una tabella di corrispondenza determinata dal Ministro del MIUR e da emanarsi entro tre mesi dall’entrata in vigore della stessa legge. La tabella di corrispondenza non è stata ancora, a oggi, emanata.
  2. (F) Nel QUADRO DEI TITOLI ITALIANI PER LO SPAZIO EUROPEO DELL’ISTRUZIONE SUPERIORE – MIUR i Diplomi AFAM vecchio ordinamento sono riportati “ancora” come titoli di 1° Ciclo e non come dovrebbero (da sempre) di 2° Ciclo (ovvero equipollenti/equivalenti: Lauree vecchio ordinamento, Lauree Specialistiche, Lauree Magistrali).
  3. (A) Nelle specifiche dei Cicli dell’Istruzione Superiore i titoli di “DOTTORE”, “DOTTORE MAGISTRALE”, “DOTTORE DI RICERCA” sono patrimonio solo dei Cicli universitari; ai Cicli di pari livello AFAM è riservato, invece, un “NON PREVISTO”.
  4. (M) Sul sito INPS, sezione “RISCATTO DELLA LAUREA AI FINI PENSIONISTICI PER GLI ISCRITTI ALLA GESTIONE DIPENDENTI PRIVATI”, alla VOCE “A CHI E’ RIVOLTO” si legge: “Per quanto riguarda i diplomi rilasciati dagli Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale, possono essere riscattati ai fini pensionistici, secondo le vigenti disposizioni in materia, i nuovi corsi attivati dall’anno accademico 2005/2006…”.
Ora:
se chi ha letto è rimasto indifferente e tranquillo si accerti, con la massima urgenza, dell’esistenza in vita tramite apposito certificato;
se chi ha letto si è scandalizzato, turbato, agitato e quant’altro si accheti perché, là dove sono certo c’è chi ci ama, si sa che “gli ultimi saranno i primi.
Lecce, 16 agosto 2017 Donato Paolo Baldassarre
Queste noteintrise di pacata ironia, di liberato sarcasmo dello scrivente, dimostrano ancora una volta la vivacità di chi non si è arreso alla stanchezza di ribadire in tutte le sedi opportune ed anche istituzionali, il pressapochismo di chi ci governa. Il pensiero a questo punto va a allo Stato ideale auspicato da Platone nella sua opera “Repubblica”, princìpi di grande valore rivolti ai suoi cittadini attraverso il monito dell’educazione.Un modello di uomo giusto e di Stato non impossibile, ma solo difficile da realizzare.
I gradi del sapere erano così suddivisi: IMMAGINAZIONE, OPINIONE, DISCERNIMENTO e INTELLIGENZA e al sapiente, che è stato fatto tale mediante la presenza e l’appoggio dello Stato, lo stesso suggerisce a ciascuno l’attività politica in base alla sua preparazione. L’educazione è quindi anche scelta e destinazione degli uomini. Inoltre nelle leggi di questo Stato si chiarisce che non deve esistere una classe con uno straordinario benessere, ma cerca di ottenere che questo si trovi in tutto il corpo dello Stato e, nel mentre si ammette la proprietà per le classi inferiori, ritiene di doverne escludere i governanti.
Ma è nel libro X che si esamina se e quanto sia utile l’Arte: mostrando da un lato l’Arte come rappresentazione nel mondo delle immagini (mondosensibile) verificando nello stesso tempo l’allontanamento da quello delle idee; poi esaminando la tragedia e la commedia mostra che il contenuto sia non già l’idea (mondointellegibile), ma la passione e perciò chi si educa con l’Arte si nutre di passione. Egli esclude dalla perfetta repubblica l’educazione artistica. Platone così scrivendo ha voluto indicare il pericolo che ravvisava nell’educazione prevalentemente estetica del cittadino, immaginando il suo allontanamento dalla concreta vita politica. Malgrado ciò rimase per tutta la vita un agitatore continuo di problemi e non si ritenne mai soddisfatto delle soluzioni intraprese.
24 agosto 2017
(continua)